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Tesine

IL COSMO NELLA LETTERATURA

Dare forma e interpretazione all'universo, oltre che compito di filosofi e astronomi, era, è e sempre sarà, anche interesse di poeti e letterati.
Intorno al 40 a.C., e quindi a cavallo tra la formulazione delle due teorie astronomiche più famose dell'antichità, quella di Aristotele e quella di Tolomeo, nacque Ovidio che fu forse tra i primi a rappresentare l'universo e la natura in poesia. Nelle "Metamorfosi", infatti, il poeta sembra voler narrare l'origine del mondo, della natura, dell'umanità, del bene e del male in chiave epica attraverso l'ottica dei miti metamorfici. Già attraverso il titolo dell'opera, l'autore cerca di dare "una visione complessiva, in forma d'immagine, sulla posizione dell'uomo tra stabilità e caducità, amore e morte, ordine e caos, tra un'organizzazione giusta o ingiusta del mondo."
È proprio nel primo libro che l'autore latino narra l'origine del mondo: in principio,

"Prima del mare, della terra e del cielo, che tutto copre,
unico era il volto della natura in tutto l'universo,
quello che è detto Caos, mole informe e confusa,
non più che materia inerte, una congerie di germi
differenti di cose mal combinate fra loro.
Non c'era Titano che donasse al mondo la luce,
né Febe che nuova crescendo unisse le sue corna;
in mezzo all'aria, retta dalla gravità,
non si librava la terra, né lungo i margini
dei continenti stendeva Anfitrite le sue braccia.
E per quanto lì ci fossero terra, mare ed aria,
malferma era la prima, non navigabile l'onda,
l'aria priva di luce: niente aveva forma stabile,
ogni cosa s'opponeva all'altra, perché in un corpo solo
il freddo lottava col caldo, l'umido col secco,
il molle col duro, il peso con l'assenza di peso."

tutto era dominato dal Caos, lo spazio era privo persino del sole e della luna e la terra ancora non dimorava al centro dell'universo. Nonostante ci fossero acqua, terra ed aria, queste non potevano stare distinte in quanto soggette a forze superiori, ma

"Un dio, col favore di natura, sanò questi contrasti:
dal cielo separò la terra, dalla terra il mare
e dall'aria densa distinse il cielo limpido.
E districati gli elementi fuori dall'ammasso informe,
riunì quelli dispersi nello spazio in concorde armonia."

è grazie all'intervento di un dio sconosciuto che il mondo ha origine e conosce la "concorde armonia" che lo caratterizza da sempre.
Dai versi che proseguono la narrazione si capisce, però, che l'autore non ha intenzione di narrare solamente episodi mitologici, ma vuole inserire nel suo racconto, dati "scientifici", ritenuti corretti e validi da tutti:

"il fuoco, imponderabile energia della volta celeste,
guizzò insediandosi negli strati più alti;
poco più sotto per la sua leggerezza si trova l'aria;
la terra, resa densa dai massicci elementi assorbiti,
rimase oppressa dal peso; e le correnti del mare,
occupati gli ultimi luoghi, avvolsero la terraferma."

È chiaro, in questi pochi versi, il riferimento alla teoria dei quattro elementi di Aristotele. Ovidio, però, non si ferma qui e ci fornisce altri elementi, sempre uniti alla mitologia, dedotti da Aristotele sulla struttura del cosmo:

"Quando ebbe così spartito in ordine quella congerie
e organizzato in membra i frammenti, quel dio, chiunque fosse,
prima agglomerò la terra in un grande globo,
perché fosse uniforme in ogni parte;
…"

l'idea che la terra non fosse piatta ma sferica era ormai diffusa in tutto il mondo antico. Ovidio prosegue, inoltre, presentando altri elementi aristotelici:

"E su tutto l'architetto pose l'etere limpido
e leggero, che nulla ha della feccia terrena.
Le cose aveva così appena spartito in confini esatti,
che le stelle, sepolte a lungo in tenebre profonde,
cominciarono a scintillare in tutto il cielo;
e perché non ci fosse luogo privo d'esseri animati,
astri e forme divine invasero le distese celesti,
…"

è proprio all'altezze dei versi 67-73 che l'autore riprende l'idea di cosmo "gerarchizzato" postulato alcuni secoli prima dal filosofo greco. Il mondo sopralunare è caratterizzato dalla presenza dell'etere e non ha niente in comune con l'imperfezione e la corruttibilità terrestri.
Il primo libro delle "Metamorfosi" prosegue con la nascita, la distruzione e la rinascita del genere umano, da parte degli dei: con questa "dialettica", Ovidio non fa altro che sottolineare la precarietà dell'umanità, facendola apparire, così qui come in altre opere nel corso della storia della letteratura, misera e insignificante rispetto alla perfezione del cosmo.

INTRO MAPPA

Ed è ancora sulla perfezione dell'universo che Dante, all'altezza del XII secolo, dopo che la teoria aristotelico-tolemaica fu adottata anche dalla chiesa, si basa per comporre il Paradiso.
 

Si può dire che la sua struttura è pressoché identica a quella dei due filosofi precedenti: la Terra è al centro dell'universo, mentre attorno ad essa ruotano il Sole, la Luna, i cinque pianeti e le stelle, ciascuno ancorato ad una propria sfera o calotta cristallina.
Attorno alla Terra c'è la sfera dell'acqua, poi quella dell'aria e quella del fuoco. Ognuno di questi quattro elementi, considerato allo stato puro, è posto nella sua sfera naturale. Nel mondo reale, però, gli elementi appaiono mescolati.La ragione della rottura di questo equilibrio va ricercata nei principi cosmologici che governano il comportamento delle rimanenti sette sfere. La più esterna (undicesima) è l'Empireo, dimora di Dio e delle anime beate, contigua è la sottostante sfera del Primo Mobile (decima), che ruota da ovest a est e che impartisce un moto di rotazione al sistema di sfere più interne, ad essa concatenate. Al di sotto del Primo Mobile è la sfera delle stelle fisse e poi, via via più interne, quelle di Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio e infine quella della Luna.

Il moto delle sette sfere esterne perturba l'equilibrio delle zone sublunari, quelle del fuoco, dell'aria, dell'acqua e della terra, mescolando e combinando insieme questi elementi, col risultato che il mondo ci appare così com'è. I moti naturali del mondo sublunare perciò sono quelli che tendono a riportare ogni elemento nella sua sfera naturale. Per i corpi celesti invece, costituiti da un'unica materia celeste, leggera e rarefatta, il moto naturale è quello circolare, che li mantiene ciascuno ancorato eternamente alla propria sfera.

Questa è la configurazione generale del cosmo dantesco che si deduce leggendo il Paradiso: è però nel primo canto che Dante celebra la perfezione e l'armonia cosmica comandate e volute da Dio.
Il viaggio, l'ascesa verso il sommo bene, cominciano con la difficoltà che Dante ha nell'esprimere l'inesprimibile, il perfetto, il fine di tutto il creato. Il poeta si trova davanti al difficile compito di dover rappresentare, con linguaggio umano, la perfetta eternità ed armonia del Paradiso.

"La gloria di colui che tutto move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
Nel ciel che più de la sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là discende;
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire."
(vv. 1-9)

Con questo inno alla magnificenza di Dio, Dante apre il Paradiso: Dio è luce che "penetra e risplende" in tutte le creature.
Il "ciel che più de la sua luce prende" è ovviamente l'Empireo, il cielo più alto, che contiene tutti i corpi e non è contenuto da nessun altro, il punto che muove senza essere mosso, il Primo Mobile di Aristotele, dove "risiede" Dio.
Così, dopo aver presentato la "materia del suo canto", Dante invoca Apollo, dio della musica e della poesia,

"O buono Apollo, a l'ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l'amato alloro."
(vv. 13-15)

affinché lo ispiri nel suo arduo compito e possa, un giorno, cingersi dell'alloro poetico per poter essere da esempio a poeti futuri.
È solo dopo l'invocazione che Dante può quindi cominciare, insieme a Beatrice, l'ascesa verso il divino. Quando Beatrice rivolge gli occhi al sole, il poeta subito la segue rendendosi conto che

"Molto è licito là, che qui non lece
a le nostre virtù, mercè del loco
fatto per proprio de l'umana spece."
(vv. 55-57)

Ora che è stato purificato da ogni peccato, e che si trova nel Paradiso Terrestre, il luogo creato da Dio per l'uomo, Dante partecipa del suo stato di grazia col risultato di poter fissare il Sole più a lungo di quanto può fare un comune essere umano. Il poeta vuole quindi evidenziare il passaggio dall'umile e misera condizione umana in Terra, a quella sublime della transumanazione, senza, però, tralasciare che "trasumanar significar per verba/ non si poria" recuperando il problema che si era posto all'inizio del canto. Dante concentra ora tutta la sua attenzione sull'armonia celeste:

"Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l'armonia che temperi e discerni,
parsemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.
La novità del suono e'l grande lume
di lor cagion m'accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume."
(vv. 76-84)

In queste terzine sono introdotti due importantissimi elementi riguardanti la cosmologia medievale: la "rota" e "l'armonia". Con "rota", Dante non vuole che indicare il movimento delle sfere celesti reso eterno da Dio per il continuo tendere di queste ultime a lui; mentre con "armonia" si riferisce alla musica dei cieli. Nonostante il pensiero aristotelico rifiutasse la teoria, di origine pitagorica, secondo la quale il movimento diverso e sovrapposto delle sfere celesti avrebbe generato un suono, Dante la utilizza ugualmente forse per aumentare e meglio rappresentare, attraverso un "essemplo" concreto, la virtù e l'armonia da lui viste durante il suo viaggio.
Man mano che l'ascesa prosegue, il poeta non può non meravigliarsi del fatto che le leggi valide sulla Terra non abbiano valore in Paradiso: egli, infatti, si chiede come faccia il suo corpo a salire attraverso l'etere. Prontamente Beatrice, sempre al suo fianco,

"e cominciò: "le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l'universo a Dio fa simigliante.
Qui veggion l'alte creature l'orma
de l'etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.
Ne l'ordine ch'io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;
onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l'essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.
Questi ne porta il foco inver' la luna;
questi ne' cor mortali è per motore;
questi la terra in sé stringe e aduna;
né pur le creature che son fore
d'intelligenza quest'arco saetta,
ma quelle c'hanno intelletto e amore.
La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa'l ciel sempre quieto
nel qual si volge quel c'ha maggior fretta;
e ora lì, come a sito decreto,
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto.
Vero è che, come forma non s'accorda
molte fiate a l'intenzion de l'arte,
perch'a risponder la materia è sorda,
così da questo corso si diparte
talor la creatura, c'ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte;
e sì come veder si può cadere
foco di nube, sì l'impeto primo
l'atterra torto da falso piacere.
Non dei più ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d'un rivo
se d'alto monte scende giusto ad imo.
Maraviglia sarebbe in te se, privo
D'impedimento, giù ti fossi assiso,
com'a terra quiete in foco vivo."
(vv. 103-135)

Nel lungo monologo che conclude il primo canto, Dante affida la descrizione del Paradiso e la spiegazione del fine del creato a Beatrice, anima beata: il poeta sembra trovare nella sua fedele accompagnatrice una valida sostituta al suo poetare umano e immanente. Chi meglio di una creatura che ha sempre partecipato della grazia divina può descrivere tale perfezione? Beatrice inizia affermando che tutte le creature sono in rapporto ordinato fra di loro rendendo, così, l'universo simile a Dio. In quest'armonia cosmica, prosegue, gli angeli e gli uomini possono vedere il fine per cui tutto è stato creato. Ogni cosa, anche gli esseri razionali, è guidata, dall'istinto donatogli da Dio, verso un "disegno cosmico prestabilito": si capisce in questo modo come tutto ciò che è e accada, succeda e sia solo per volere di Dio. Tuttavia, avviene che l'uomo, dotato di libero arbitrio, scelga la strada sbagliata così come, a volte, la materia sembri "sorda" alla forma. Infine la divina fanciulla invita Dante a non stupirsi più del suo salire perché, come già spiegato, è voluto dal Signore.
Anche nel primo canto del Paradiso, come nel primo libro delle Metamorfosi, quindi, è presentato il contrasto tra condizione celeste e condizione terrena, fra trascendenza e immanenza, tra potenza divina e miseria umana: nonostante la tematica sia la stessa, i due autori hanno voluto tramandare idee diverse. Infatti, Dante concepisce un cosmo sottoposto alla volontà di un Dio buono, un Dio cristiano-non dimentichiamo il concetto di deocentrismo medievale- a cui tutto anela. Non a caso Piccarda Donati afferma nel terzo canto che:

"E'n la sua volontade è nostra pace:
ell'è quel mare al qual tutto si move
ciò ch'ella cria o che natura face"

Ovidio, al contrario, immaginava un mondo completamente assoggettato al volere degli dei, che potevano tranquillamente decidere di far "tremare la terra, il mare e le stelle" per "annientare il genere umano nei flutti, rovesciando un diluvio da tutto il cielo".

Leggendo le "Operette Morali", sembra proprio che Leopardi abbia preso spunto dalle "Metamorfosi" per comporle: numerosi sono gli elementi in comune, dalla scelta dei temi all'uso di figure mitologiche.

Dalla visione estremamente positiva e finalistica del cosmo dantesco, si ritorna, quindi, a vedere l'universo come qualcosa di infinito, un grande meccanismo che prosegue il suo corso imperterrito, che all'uomo piaccia o no. L'universo non ha più finalità ma funziona secondo leggi necessarie, per cui tutti i fenomeni sono connessi in una catena di cause ed effetti: l'uomo è solo uno dei tanti fenomeni che caratterizzano la "catena di produzione universo".
L'attenzione è focalizzata un'altra volta sull'immagine della finitezza umana contro la grandiosità e la potenza del cosmo.
In "Storia del genere umano" del 1824, "si allegorizza il misero destino d'infelicità e di morte dell'umanità". Inizialmente, scrive Leopardi,

"…gli uomini compiacendosi insaziabilmente di riguardare e di considerare il cielo e la terra, meravigliandosene sopra modo e riputando l'uno e l'altra bellissimi e, non che vasti, ma infiniti, così di grandezza come di maestà e di leggiadria; pascendosi oltre a ciò di lietissime speranze, e traendo da ciascun sentimento della loro vita incredibili diletti, crescevano con molto contento, e con poco meno che opinione della felicità…"

l'infanzia dell'umanità sembrava soddisfatta della propria condizione sulla terra fino a quando capisce che i limiti del mondo sono irraggiungibili e invalicabili:

"…cresceva la loro mala contentezza di modo che essi non erano ancora usciti dalla gioventù, che un espresso fastidio dell'esser loro gli aveva universalmente occupati. E di mano in mano nell'età virile, e maggiormente in sul declinar degli anni, convertita la sazietà in odio, alcuni vennero in si fatta disperazione, che non sopportando la luce e lo spirito, che nel primo tempo avevano avuti in tanto amore, spontaneamente, quale in uno e quale in altro modo, se ne privarono…"

A Giove, quindi, come nelle "Metamorfosi", il compito di migliorare le condizioni di vita del genere umano che, aspirando alla perfezione, desidera essere riportato all'età felice delle illusioni cercando così di spezzare una legge universale. Nonostante Giove abbia creato il giorno e la notte, le stagioni, la fantasia e i sogni

"…si ridussero gli uomini in tale abbattimento, che nacque allora, come si crede, il costume riferito nelle storie come praticato da alcuni popoli antichi che lo serbarono, che nascendo alcuno, si congregavano i parenti e lor amici a piangerlo; e morendo, era celebrato quel giorno con feste e ragionamenti che si facevano congratulandosi con l'estinto…"

Ad una tale reazione alla vita, gli dei non possono che vendicarsi con il diluvio universale, e Giove "deliberò valersi di nuove arti a conservare questo misero genere" assegnandogli "mali veri", "una varia moltitudine di morbi e un infinito genere di altre sventure" assieme alle illusioni che fanno credere all'uomo di essere meglio di ciò che è. Gli uomini, allora, illusi dal fatto di poter trovare finalmente la felicità, sognano di incontrare la Verità: Giove, accondiscendente, la invia sulla Terra sapendo che:

"…laddove agl'immortali ella dimostrava la loro beatitudine, discoprirebbe agli uomini interamente e proporrebbe ai medesimi del continuo dinanzi agli occhi la loro infelicità; rappresentandola oltre a questo, non come opera solamente della fortuna, ma come tale che per niuno accidente e niuno rimedio non la possano campare, né mai, vivendo, interrompere."

Leopardi approda alla fine all'idea di pessimismo cosmico al quale tutto il creato è soggetto: il piacere e la felicità non esistono ma scaturiscono dal fatto che dopo un grande dolore l'uomo sembra soffrire di meno. Con la Verità, l'uomo capisce che

"… niuna cosa apparirà maggiormente vera che la falsità di tutti i beni mortali; e niuna solida, se non la vanità di ogni cosa fuorché dei propri dolori."

Le uniche certezze, quindi, nell'esistenza umana sono il dolore e la continua ricerca di una vana felicità. Giove, mosso a pietà, "la quale negli animi celesti non è mai spenta", inviò al genere umano Amore che:

"Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità, ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova al genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine."

Amore, però, non rappresenta che un'altra falsa speranza nella vita degli uomini perché

"… negli animi che egli si elegge ad abitare, suscita e rinverdisce per tutto il tempo che egli vi si siede, l'infinita speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri."

Rendendo, così, l'uomo maggiormente consapevole del fatto che il dorato e sereno periodo della tenera età non potrà tornare mai più. Non appena Amore, infatti, lascia il posto che aveva preso, l'illusione si spezza e il dolore si rinnova.
Più ironico, invece, ma sicuramente non meno tragico è "Il Copernico, Dialogo" che affronta il tema della "secondaria importanza della Terra, contro quei filosofi che continuano a dichiarare l'uomo signore dell'universo, nonostante la rivoluzione copernicana e l'abbandono definitivo della concezione geocentrica tolemaica." Composta nel 1827, ma pubblicata nell'edizione postuma del 1845, quest'operetta tratta, con tono ironico e sprezzante, nuovamente la questione della misera condizione umana nell'universo. L'operetta si sviluppa in quattro scene in cui dialogano il Sole, l'ora prima, Copernico e l'ora ultima.
Il dialogo comincia con le lamentele del Sole che

"…stanco di questo continuo andare attorno per far luce a quattro animaluzzi, che vivono in su un pugno di fango…"

decide di smettere di girare attorno alla Terra. Invano l'ora prima tenta di persuaderlo sostenendo che senza di lui l'umanità intera sarebbe perduta e "se ne morranno tutti al buio, ghiacciati come pezzi di cristallo di roccia."
Il sole, però, sempre sfottente e sarcastico, pensa che sia
"… ragionevole, che volendo la famiglia scaldarsi, venga essa intorno del focolare, e non che il focolare vada intorno alla casa."

Ordina, perciò, di trovare un filosofo o un poeta che convinca la Terra a smuoversi dal centro dell'universo dove, ormai, sta già da troppo tempo, perché, dice, sono stati loro con le loro belle parole e assurde teorie a far girare il sole per tutto questo tempo intorno al "granellino di sabbia" che è la Terra. L'ora ultima allora preleva Copernico, considerato dal sole "molto a proposito per l'effetto che si ricerca". Il filosofo spiega, però, che sarà ben difficile smuovere il pianeta dal trono che occupa perché

"La Terra insino a oggi ha tenuto la prima sede del mondo, che è a dire il mezzo; e (come voi sapete) stando ella immobile, e senza altro affare che guardarsi all'intorno, tutti gli altri globi dell'universo, non meno i più grandi che i più piccoli, e così gli splendenti come gli oscuri, le sono iti rotolandosi di sopra e di sotto e ai lati continuamente; con una fretta, una faccenda, una furia da sbalordirsi a pensarla."

Copernico sottolinea, inoltre, la posizione degli uomini "principalissimi tra le creature terrestri", affermando che si reputano da sempre imperatori dell'universo, "causa finale delle stelle, dei pianeti e di tutte le cose." Prosegue poi presentando il futuro dell'umanità se veramente la terra cominciasse a rivoluzionare attorno al sole:

"se facciano che ella corra, che ella si svoltoli, che ella si affanni di continuo, che eseguisca quel tanto, né più né meno, che si e fatto di qui addietro dagli altri globi; […] questo porterà seco che sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno sgomberare il trono, e lasciar l'impero; restandosene però tuttavia co' loro cenci, e colle loro miserie, che non sono poche."

Da quest'ultima affermazione di Copernico sembra emergere direttamente il pensiero pessimista di Leopardi sul "povero genere umano, divenuto poco più che nulla".
La "Storia del genere umano" e "Il Copernico, Dialogo" volevano essere solo due esempi della concezione profondamente pessimistica dell'uomo nell'universo, non bisogna quindi dimenticare il "Dialogo della Natura e di un Islandese" che analizza il tormentato rapporto dell'umanità con la natura, "che affronta la concezione della natura come espressione di quel sistema meccanicistico che è l'universo, circuito chiuso e insondabile di costruzione e distruzione" in cui l'infelicità arriva a permeare tutto il creato.

Pessimista è anche la descrizione che ci dà Pascoli in "X Agosto" e ne "Il bolide".

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! D'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

Pubblicata nel 1896, "X Agosto" narra la vicenda dell'uccisione, apparentemente senza motivo, del padre di Pascoli avvenuta la notte del 10 Agosto 1867.
In questa poesia il poeta riversa tutto il suo sgomento e il dolore per un fatto così terribile, contrapponendo ad esso l'indifferenza quasi totale del cosmo.
Nella prima strofa il "concavo cielo" piange facendo cadere la sua moltitudine di stelle e il poeta dichiara di sapere il perché. L'immagine, quindi, si sposta dall'immensità celeste alla figura indifesa di una rondine uccisa con un verme nel becco da portare ai suoi rondinini, che sembra descritta attraverso una sequenza di fotogrammi che ne documentano la caduta e la morte. Il "cielo lontano", però, cui sembra indicare la rondine come in cerca di aiuto, non può far altro che stare a guardare e attendere in silenzio la morte del povero animale e, insieme a lei, quella del suo "nido", simbolo di vittime innocenti.
Ora il poeta sposta l'attenzione di nuovo sulla Terra e paragona la morte della rondine a quella altrettanto assurda del padre: così come l'animale portava un verme nel becco per sfamare i suoi piccoli, anche il padre di Pascoli recava in dono due bambole per le figliolette. Lo stupore per l'insensata violenza sembra quindi colpire anche lui che rimane con un grido negli occhi sbarrati. Come nel nido i rondinini aspettavano mamma rondine, così il figlio e la famiglia aspettano invano il capo famiglia che "addita le bambole al cielo lontano": un'altra volta il cielo è descritto come realtà a sé stante che regna su tutto "dall'alto dei mondi sereni". Davanti a tutto questo dolore, l'universo non ha fatto niente per salvare le due vittime innocenti, ha solo pianto in lontananza, come se volesse prendere le distanze dal misero angolo di cosmo che è la Terra: "atomo opaco del Male", piccolissimo corpo che non brilla nemmeno di luce propria chiuso in sé stesso con tutta la sua miseria e disperazione.

Ne"Il bolide", Pascoli palesa la paura dell'universo sconfinato che provoca in lui tanta estraniazione.

Tutto annerò. Brillava, in alto in alto,
il cielo azzurro. In via con me non c'eri,
in lontananza, se non tu, Rio Salto.

Io non t'udiva: udivo i cantonieri
tuoi, le rane, graidar rauche l'arrivo
d'acqua, sempre acqua, a maceri e poderi.

Ricordavo. A miei vent'anni, mal vivo,
pensai tramata anche per me la morte
nel sangue. E, solo, a notte alta, venivo

per questa via, dove tra l'ombre smorte
era il nemico, forse. Io lento lento
passava, e il cuore dentro battea forte.

Ma colui non vedrebbe il mio spavento,
sebben tremassi all'improvviso svolo
d'una lucciola, a un sibilo di vento:

lento lento passavo: e il cuore a volo
andava avanti. E che dunque? Uno schianto;
e su la strada rantolerei, solo…

No, non solo! Lì presso è il camposanto,
con la sua fioca lampada di vita.
Accorerebbe la mia madre in pianto.

Mi sfiorerebbe appena con le dita:
le sue lagrime, come una rugiada
nell'ombra, sentirei su la ferita.

Verranno gli altri, e me di su la strada
porteranno con loro esili gridi
a medicare nella lor contrada,

così soave! Dove tu sorridi
eternamente sopra il tuo giaciglio
fatto di muschi e d'erbe, come i nidi!

Mentre pensavo, e già sentia, sul ciglio
del fosso, nella siepe, oltre un filare
di viti, dietro un grande olmo, un bisbiglio

truce, un lampo, uno scoppio… ecco scoppiare
e brillare, cadere, essere caduto,
dall'infinito tremolio stellare,

un globo d'oro, che si tuffò muto
nelle campagne, come in nebbie vane,
vano; ed illuminò nel suo minuto

siepi, solchi, capanne, e le fiumane
erranti al buio, e gruppi di foreste,
e bianchi ammassi di città lontane.

Gridai, rapito sopra me: Vedeste?
Ma non v'era che il cielo alto e sereno.
Non ombra d'uomo, non rumor di péste.

Cielo, e non altro: il cupo cielo, pieno
di grandi stelle; il cielo, in cui sommerso
mi parve quanto mi parea terreno.

E la Terra sentii nell'Universo.
Sentii, fremendo, ch'è del cielo anch'ella.
E mi vidi quaggiù piccolo e sperso

errare, tra le stelle, in una stella.

Il componimento, pubblicato nel marzo 1903, narra il ricordo e le sensazioni suscitate nel poeta dal passaggio di una meteora proprio nella stessa zona dove in passato era stato ucciso il padre. Appare chiaro come il trauma dell'assassinio del genitore non sia ancora stato superato.
Il poeta si descrive solo, in un luogo desolato in compagnia del "Rio Salto" e del cielo in lontananza, estraneo che, mentre il paesaggio tutt'intorno si oscura, brilla: ora, come allora, all'epoca del delitto, il cielo sta a guardare mentre nel poeta salgono fortissime la paura e l'angoscia. Improvvisamente il piano descrittivo balza al ricordo della fanciullezza dell'autore spezzata dalla morte del padre e alla sensazione di morte e bisogno di verità che lo spingevano a ripercorrere solo, "tra l'ombre smorte", quei luoghi tentando di dare un volto al nemico, all'assassino. Dal ricordo, si passa all'immaginazione del momento della sua morte quando, finalmente, i morti della famiglia, tra cui la madre, gli recheranno consolazione e conforto.
L'improvvisa apparizione di una meteora lo riporta subito alla realtà con "un lampo, uno scoppio". Dall'immensa volta celeste ecco che il poeta vede cadere fulmineamente un "globo d'oro", che illumina tutto ciò che si trova sul suo cammino: il paesaggio appare ora in netto contrasto con l'inizio della poesia dove era tutto oscurato. Come in estasi il poeta grida ma, ancora una volta, l'unico testimone è il "cielo alto e sereno" che sembra non essersi accorto di niente. Il cielo "cupo", "pieno di grandi stelle", l'universo che contiene il tutto, in cui il poeta prende coscienza di essere "piccolo e sperso" abitante di una stella tra le stelle. Il cosmo interminabile contro il quale la piccolezza umana non può niente.

Arriviamo ora al 1965, anno in cui fu scoperta la "radiazione di fondo" e venne quindi definitivamente ritenuta corretta la "teoria del Big bang e dell'universo inflazionario".
Il XX secolo sembra aver dato tutte le risposte che si cercavano sull'origine dell'universo, la scienza sembra essere diventata onnipotente riuscendo anche a mandare i primi uomini sulla luna. Anche il panorama letterario sembra giovare di questa ventata di scoperte e conquiste trovando, proprio nella scienza, un valido spunto. Non è un caso, quindi, che risalga proprio a questo periodo la pubblicazione de "Le Cosmicomiche" di Italo Calvino. Il libro è caratterizzato dal fatto che ogni episodio è sviluppato intorno ad un'affermazione scientifica valida e corretta.
I racconti "Tutto in un punto" e "Giochi senza fine", per esempio partono da due affermazioni che hanno lottato a lungo per affermarsi, l'una alle spese dell'altra: la prima
sta alla base dell'espansione dell'universo , mentre la seconda è fondamento della teoria dell'universo stazionario.
L'universo di Calvino è un universo al di fuori del tempo e dello spazio, lontano da qualsiasi esperienza, ma popolato da personaggi antropomorfici che rispecchiano vizi e virtù del genere umano: l'indagine dell'infinitamente grande e lontano diventa così dettagliatissima osservazione del quotidiano, il cosmo, quindi, diventa chiave di lettura della vita di tutti i giorni. L'universo diventa specchio dei problemi e delle caratteristiche umane:

"Al contrario di quel che può sembrare, non era una situazione che favorisse la socievolezza; so che per esempio in altre epoche tra vicini ci si frequenta; lì invece, per il fatto che vicini si era tutti, non ci si diceva neppure buongiorno o buonasera.[…]
Era una mentalità, diciamolo, ristretta, quella che avevamo allora, meschina. Colpa dell'ambiente in cui ci eravamo formati. Una mentalità che è rimasta in fondo a tutti noi, badate: continua a saltar fuori ancor oggi…"

La narrazione è affidata all'onnipresente "Qfwfq", umano-non-umano, testimone di tutti gli eventi possibili, che catapulta il lettore in un'atmosfera surreale, dove fantasia e scienza si incontrano, dove si presentano numerosissimi bivi da poter scegliere per poi approdare ad un finale che, molto spesso, porta il racconto a conclusioni diverse dalle premesse, come, per esempio in "Tutto in un punto" dove l'universo non sembra nascere dal Big bang ma "dalla voglia di tagliatelle…"

"Ragazzi, avessi un po' di spazio, come mi piacerebbe farvi le tagliatelle!
E in quel momento tutti pensammo allo spazio che avrebbero occupato le tonde braccia di lei muovendosi avanti e indietro con il matterello sulla sfoglia di pasta, […]nello stesso tempo in cui la signora Ph(i)NK0 pronunciava quelle parole: -… le tagliatelle, ve' ragazzi!- il punto che conteneva lei e noi tutti s'espandeva in una raggera di distanze d'anni luce e secoli luce e miliardi di millenni luce e noi sbattuti ai quattro angoli dell'universo, e lei dissolta in non so quale specie di energia luce-calore, lei […] era stata capace di un vero slancio d'amore generale, dando inizio nello stesso momento al concetto di spazio…

 

[1] P. Bernardini Marzolla, introduzione a Ovidio, Metamorfosi.

[2] Operette Morali, ed. Garzanti, pag. 3

[3] Le Operette Morali, Leopardi, ed. Garzanti, pag. 273

[4] Le Operette Morali, Leopardi, ed. Garzanti, pag. 117

[5] Tutto in un punto: Attraverso i calcoli iniziati da Edwin P. Hubble sulla velocità dall’allontanamento delle galassie, si può stabilire il momento in cui tutta la materia dell’universo era concentrata in un punto solo,prima di cominciare a espandersi nello spazio. La “grande esplosione” (big bang) da cui ha avuto origine l’universo sarebbe avvenuta circa 15 o 20 miliardi di anni fa.

[6] Giochi senza fine: Se le galassie s’allontanano, la rarefazione dell’universo è compensata dalla formazione di nuove galassie composte di materia che si crea ex novo. Per mantenere stabile la densità media dell’universo, basta che si crei un atomo d’idrogeno ogni 250 milioni d’anni per 40 centimetri cubi di spazio in espansione. (Questa teoria, detta dello “stato stazionario”, è stata contrapposta all’altra ipotesi che l’universo abbia avuto origine in un momento preciso, da una gigantesca esplosione)

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