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Tesine

GALILEO GALILEI

Galileo Galilei è lo scienziato che più di ogni altro ha contribuito alla riformulazione delle basi metodologiche della scienza moderna. Nello stesso tempo le sue innovazioni non interessano soltanto l'ambito tecnico-scientifico, ma hanno importanti risvolti filosofici: in base ad esse risulta notevolmente ridimensionata l'influenza del pensiero aristotelico sulla filosofia moderna e, contemporaneamente, viene definito un nuovo rapporto tra filosofia e scienza, da un lato, e tra filosofia e religione, dall'altro. Nato a Pisa nel 1564, egli vi studia matematica sotto la guida di Ostilio Ricci, a sua volta allievo di Nicolò Tartaglia, uno dei più illustri matematici del Cinquecento. Dopo la stesura di alcune opere e l’insegnamento in alcune città come Padova o Pisa, intorno alla fine degli anni novanta del ‘500, costruisce il cannocchiale: certamente Galilei non lo inventa, ma utilizza informazioni che gli erano pervenute dall'Olanda e dai suoi espertissimi artigiani. E' tuttavia merito suo il fatto di averlo perfezionato tecnicamente, trasformandolo in un vero e proprio strumento scientifico. Servendosi del cannocchiale, infatti, egli realizza le sue importanti scoperte astronomiche. Pubblicate nel “Sidereus Nuncius” del 1610, lo resero immediatamente famoso in tutto il mondo. Alcuni anni più tardi escono alcune opere importanti tra cui il “Discorso intorno alle cose che stanno in su l'acqua” ( 1612 ) , l'”Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari” ( 1613 ) , il “Discorso sul flusso e sul riflusso del mare” (1616 ) , in cui si tenta di dimostrare la teoria copernicana ricorrendo al fenomeno delle maree. Proprio nel febbraio
1616 il Sant'Uffizio condanna la teoria copernicana e Galilei viene ammonito a non difenderla con i suoi scritti. Si astiene pertanto dall'occuparsi pubblicamente della questione e si dedica al fenomeno delle comete, da lui erroneamente ritenute, nel “Saggiatore” (1623), un semplice effetto di rifrazione ottica. L'ascesa al soglio pontificio dell'amico cardinale Maffeo Barberini, con il nome di Urbano VIII, incoraggia tuttavia Galilei a scrivere nuovamente sulla questione proibita, pubblicando nel 1632 il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, tolemaico e copernicano. Per difendersi da ulteriori accuse, nell'opera prospetta la dottrina copernicana come una semplice ipotesi matematica ed evita di pronunciarsi apertamente a favore di una delle due alternative ma procede, lungo le quattro giornate del dialogo, ad una critica serrata della concezione aristotelica del mondo e all'affermazione della superiorità della concezione copernicana. Nella prima giornata mostra le difficoltà interne della visione aristotelica (in particolare, quelle legate alla distinzione fra mondo celeste e mondo terrestre). Nella seconda esamina gli argomenti contro le possibilità dei moti di rotazione e di rivoluzione della Terra. E proprio smontando l'argomento più rilevante (se la Terra si muovesse, i corpi che cadono
su di essa dovrebbero presentare uno spostamento verso occidente), introduce il suo principio di relatività secondo il quale è impossibile stabilire se un sistema sia in moto o in quiete attraverso esperienze compiute all'interno del sistema stesso. Il moto della Terra intorno al Sole è quindi provato, nella terza giornata, in base alla somiglianza che essa ha con gli altri pianeti e al fatto che l'ipotesi copernicana porta ad una rilevante semplificazione dei calcoli sui moti planetari. La quarta giornata, infine, espone quella che per Galilei costituisce la prova decisiva del moto della Terra: la spiegazione del fenomeno delle maree (poi rivelatasi erronea). Galileo, però, non concentrò la sua attenzione solamente sul nostro pianeta ma, grazie al telescopio da lui costruito, poté osservare direttamente altri corpi della sfera celeste. Osservò, come prima cosa, l’alba e il tramonto sulla Luna: ne esaminò la metà chiara e la metà scura accorgendosi che, laddove terminava la parte chiara, c'erano puntini scuri e, laddove terminava la parte scura, c'erano puntini chiari. Interpretò il fenomeno in modo corretto, come l'alba e il tramonto: quando sorge il sole sulla Terra, le prime cose illuminate sono le montagne; quando ancora su tutto il resto regna il buio, sulle vette delle montagne arriva già il sole; viceversa, quando tramonta il sole, prima arriva il buio sulle montagne e poi arriva anche su tutto il resto. Le chiazze scure nella parte chiara e le chiazze chiare nella parte scura della Luna erano quindi delle montagne: anche sulla Luna, perciò, ci dovevano essere le montagne come sulla Terra.

 

Questa osservazione fu estremamente importante perché fece cadere definitivamente l' idea di matrice aristotelica dell' eterogeneità tra mondo sublunare (il nostro, costituito  dai 4 elementi:  terra,  acqua, aria,fuoco) e mondo celeste (quello al di sopra del nostro, costituito dall'etere, un materiale incorruttibile): la Luna, per definizione, sarebbe dovuta essere  perfettamente sferica, priva di irregolarità per poter imitare la perfezione divina. Invece quello che vide Galileo era che la Luna, come la Terra, era irregolare ed imperfetta. Poi Galileo analizzò le fasi di Venere; come la Luna, Venere presenta fasi: vedere le fasi di Venere equivale, per lo scienziato, a vedere  la verità del sistema  copernicano perché,  di   fatto ,  esse

testimoniano che Venere gira attorno al Sole e non alla Terra. Se l'osservazione della Luna fece cadere la diversità tra mondo terrestre e mondo sublunare, l'osservazione delle fasi di Venere fece notare che quella di Copernico non era un'ipotesi matematica come quella di Tolomeo, ma una verità fisica. Da questo momento la Chiesa non poté far altro che condannare la teoria copernicana, che pur da 50 anni era stata accettata. La terza osservazione cui Galileo si applicò furono i satelliti di Giove, un altro indizio a favore del sistema copernicano perché, ciò che era stato contestato in qualche maniera a tale sistema è che introduceva in modo assurdo, dal punto di vista aristotelico, due centri di rotazione (il Sole rispetto ai pianeti, la Terra rispetto alla Luna): se il mondo è finito come afferma Aristotele (e come tra l'altro continua a credere anche Galileo, che peraltro è ancora convinto della circolarità dei moti), come fanno ad esserci due centri? In un mondo finito ci dovrebbe essere un centro solo. Ma Galileo osserva che Giove è centro di rotazione dei suoi satelliti; quindi oltre al Sole, almeno un altro centro di rotazione deve esserci. Quarta osservazione fu quella della Via Lattea: puntando il telescopio vide che in realtà era costituita da stelle e ne dedusse che non possono essere tutte alla stessa distanza, fissate sul cielo delle stelle fisse (come diceva Aristotele), ma che sono disposte in profondità le une rispetto alle altre. Per alcuni versi, però, Galileo sembra rimanere incastrato in una trappola mentale: pur avendo ammesso che i centri di rotazione sono più d'uno, continuò a sostenere la finitezza dell'universo; proseguì, inoltre, rimanendo fedele ad Aristotele, a sostenere che le orbite dei pianeti fossero circolari, e non ellittiche (come aveva detto Keplero) od ovali (come aveva detto Brahe). Galileo studiò anche le macchie solari, spesso interpretate come fenomeni che avvenivano non sul Sole, ma dati dalla combinazione di effetti dell'atmosfera terrestre, scoprendo che sono dovute ad anomalie magnetiche sulla superficie solare. Galileo Galilei fu uno dei primi scienziati a sentire sempre maggiormente la necessità di tenere distinte e autonome scienza e rivelazione: "La natura e la Bibbia- come dice nella lettera al Castelli- derivano dallo stesso Verbo Divino ma, mentre la natura attua la volontà divina con inesorabile necessità, nella rivelazione invece ha dovuto adattarsi all'intelligenza degli uomini cui era diretta. Ne consegue che è privo di senso voler conoscere la Natura attraverso la Sacra Scrittura; più giusto è, invece, la dove la cosa si dimostra necessaria, servirsi delle leggi naturali per comprendere il vero significato di talune espressioni, necessariamente velate, della Bibbia"

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