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Fantascienza

Odissea su Marte
di Stanley G. Weinbaum
di Paolo Morini






Scritto nel 1934, è uno dei primi racconti di fantascienza in cui esseri di un altro mondo vengono descritti, in maniera realistica, come profondamente diversi da noi.


L’autore scrive con uno stile leggero e scorrevole, molto lontano dalla goffaggine letteraria con cui erano scritti la maggior parte dei racconti di FS degli anni ’30.


Weinbaum descrive Marte in modo estremamente realistico e in base alle conoscenze dell’epoca: ipotizza fra le altre cose la presenza di un’atmosfera abbastanza densa e ricca di ossigeno, tanto da consentire a un uomo di muoversi liberamente e senza respiratori – si sapeva all’epoca che l’atmosfera di Marte era molto meno densa della nostra, anche se non esattamente di quanto.

La plausibilità del racconto, notevole negli anni in cui fu scritto, non resse all’impatto con i dati delle prime sonde Mariner.
Tuttavia, nel 1969, quando i membri della Science Fiction Writers of America fece una selezione dei migliori racconti di FS di tutti i tempi, a Odissea Marziana toccò il secondo posto – l’autore non godette di tanta fama, dato che morì a soli 36 anni e due anni dopo la pubblicazione del racconto.

 

 

Un membro della spedizione esplorativa su Marte vive un’avventura solitaria sul pianeta ed entra in contatto con altre creature, alcune con una biologia forse affine alla nostra e con le quali cerca di stabilire qualche forma di comunicazione, altre totalmente aliene, con una vita probabilmente basata su una chimica di base diversa da quella del carbonio. L'incontro con un essere che viene chiamato Tweel, (dal suo modo di esprimersi), è molto eccitante...

Tweel ripetè alcune mie parole. Ne ricordava un paio, cosa che ritengo una grande conquista per lui, abituato a parlare una lingua completamente diversa. Io, invece, non riuscivo a seguire il filo del suo discorso. O mi era sfuggito un punto importante, o non avevamo lo stesso modo di pensare... Molto probabilmente la seconda ipotesi è la più esatta. Altri motivi mi inducono a crederlo.Dopo un po', abbandonai la lezione di lingua e tentai con la matematica.
Scrissi sul terreno due più due, e gli mostrai l'operazione con dei sassolini. Di nuovo Tweel capì e mi disse che tre più tre era uguale a sei. Ancora una volta sembrava che ci capissimo. Perciò, convinto che Tweel possedesse almeno una istruzione elementare, disegnai un cerchio per indicare il Sole. Quindi puntai il dito verso il disegno, poi verso l'ultimo raggio di Sole. Aggiunsi Mercurio, Venere, la madre Terra e Marte; indicai quest'ultimo e feci con la mano un gesto circolare per dimostrare che in quel momento ci trovavamo su Marte, ma che la mia abituale residenza era sulla Terra. Tweel capì al volo il mio ideogramma. Allungò il becco e , con un gran numero di strilli e schiamazzi, aggiunse a Marte, Deimos e Phobos, e poi la Luna terrestre! Capite cosa vuol dire questo? Che la razza di Tweel possiede telescopi...e quindi è civilizzata!
- Niente affatto! - disse Harrison. - La Luna è visibile anche da qui, come una stella di quinta grandezza. Si possono vedere i suoi movimenti a occhio nudo.
- La Luna, d'accordo! - ribattè Jarvis. - Però non avete afferrato il punto essenziale. Mercurio non è visibile da qui! E Tweel sapeva dell'esistenza di Mercurio, dal momento che ha messo la Luna al terzo posto, e non al secondo, e Marte al terzo posto, invece che al quarto! Vi sembra?
- Sarà - disse Harrison.
- Ad ogni modo - riprese Jarvis, - andai avanti con la mia lezione . Le cose stavano procedendo abbastanza bene, e sembrava che fossi riuscito a imporre la mia idea. Puntai il dito verso la Terra, quella reale, che brillava di un colore verdastro, quasi allo zenit. Tweel emise un suono così eccitato da convincermi che aveva capito. Cominciò a saltare e, improvvisamente, puntò il dito verso sè stesso: quindi verso il cielo, poi di nuovo verso sè stesso, e ancora verso il cielo. Indicò il suo corpo, poi Arturo; la testa, poi Spica; i piedi, poi una mezza dozzina di stelle, con un balzo di venti metri. Lo vidi stagliarsi contro il cielo, lo vidi virare, iniziare la discesa a testa in giù, e infine atterrare sul becco, come un giavellotto! Andò a conficcarsi nella sabbia, proprio nel mezzo del sole che avevo disegnato...Aveva fatto centro! Centro, capite?......

Insieme vivono l’incontro con una civiltà di strane creature, esseri a forma di botte che camminano su piccole gambe – un esercito di questi esseri conduce un’attività frenetica, scavando un labirinto di gallerie nel sottosuolo marziano.

Il coraggioso astronauta cerca di istituire un contatto, ma le botti deambulanti sembrano prive di coscienza, una comunità di automi biologici che compie il suo lavoro in modo meccanico e inconsapevole.

Inoltratosi nel sottosuolo, trovano al centro di una grande caverna una specie di altare sormontato da una pietra luminosa, e di qui la situazione precipita ...
La fine dell'avventura vede il protagonista salvato dai compagni e portato via con un razzo, mentre Tweel fugge, lasciando nell'umano un sentimento che somiglia molto all'amicizia e al rimpianto....


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Odissea su Marte è incluso nella raccolta “Antologia Scolatica – 15 racconti di fantascienza scientifica scelti e commentati da Isaac Asimov” (pubblicata e ristampata a più riprese dalla Mondadori nella serie Urania) .
Questa raccolta è formata da racconti accomunati dall’avere qualche parvenza di plausibilità scientifica, e alla fine di ogni racconto è lo stesso Isaac Asimov che tira le somme dal punto di vista scientifico e pone inoltre al lettore alcune domande e proposte di discussione.

Una domanda alla fine di Odissea su Marte è molto adatta per gli astrofili: è proprio vero, come afferma lo scrittore, che Mercurio non è visibile a occhio nudo da Marte?



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