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Archeoastronomia


ARCHEOASTRONOMIA A CUMA
Franco Ruggieri
Unione Astrofili Napoletani

Ci sono circostanze in cui il caso ci mette lo zampino ed è capace di cambiare le carte in tavola sotto i nostri occhi.
Questa di cui vi parlo è una ricerca nata proprio per caso.
Mi ero recato a Cuma per eseguire dei rilievi, seguendo un'idea che mi frullava da tempo per il capo. Avevo il sospetto che il tempio di Apollo e l'Arco Felice che da lassù si vede chiaramente, fossero perfettamente in linea con un punto a sud-est che permettesse ai sacerdoti la determinazione del solstizio d'inverno.
Ipotesi più che ragionevole, questa, per il tempio di un dio che nella sua accezione più comune era simboleggiato dal sole.
Ma già dai primi rilievi si poté ricavare l'assoluta inconsistenza dell'ipotesi.
Mentre stavo per riporre i miei strumenti, lo sguardo mi cadde sui pochi ruderi visibili un po' più a settentrione.
Un rapida occhiata all'ottima guida "Cuma e il suo parco archeologico" di Paolo Caputo, direttore dell'Ufficio per i Beni Archeologici di Cuma, mise subito in luce che si trattava dei resti di un tempio di incerta attribuzione a causa della quasi totale assenza di evidenze archeologiche. Ma la tradizione degli eruditi lo considerava dedicato ad Artemide.
L'incoerenza fra la dedica ad Ártemis e l'epoca di costruzione, che la tecnica edilizia stabiliva intorno all'inizio dell'età imperiale, mi risultava evidente.
Ártemis è una divinità greca, non romana, tuttavia il tempio risultava edificato proprio nel periodo in cui Augusto tentava di ristabilire gli antiqui mores, privilegiando le divinità autoctone rispetto a quelle importate.
So bene che chi si occupa genericamente d'antichistica tende a considerare Ártemis e Diana come due nomi della stessa divinità ma non è così. Chiunque abbia un po' di pratica nell'ambito della storia delle religioni antiche sa che le origini sono differenti, differenti le caratteristiche e le modalità di venerazione. Soltanto il processo di sincretismo, iniziato forse nel VI secolo a.C., probabilmente per influsso degli Etruschi di Capua, ha portato ad una progressiva sovrapposizione della figura di Ártemis a quella di Diana benché nel culto popolare le caratteristiche della seconda abbiano resistito molto a lungo, fino oltre l'imporsi della cristianità.
Nel campo che c'interessa più da vicino, la differenza principale si manifesta nelle caratteristiche lunari comuni alle due dee: mentre Ártemis è collegata alla Luna crescente (di due o tre giorni d'età), Diana lo è alla Luna piena, la "gialla luna d'agosto", come scriveva Frazer.

Così è cominciata l'avventura che ha portato la Sezione di Archeoastronomia dell'Unione Astrofili Napoletani ad ipotizzare che quel tempio senza nome fosse stato originariamente dedicato a Diana.
La ricerca è stata poi pubblicata per i tipi delle Edizioni Scientifiche Italiane, di Napoli, con una presentazione del Prof. Castellani e un'introduzione del Dott. Caputo.
Colgo qui l'occasione per esprimere loro i nostri più sentiti ringraziamenti.
Il succo della ricerca è semplice anche se, per poter avere la certezza di ogni singola affermazione, sia essa astronomica, storica, archeologica, mitologica od altro, ci sono voluti quasi tre anni di studio e di continui rilievi e raffronti.
I rilievi hanno dimostrato che l'asse principale del tempio è orientato verso un punto preciso dell'orizzonte geografico, sul crinale del Monte Grillo, dal quale il 13 agosto dell'anno 21 a.C. fu possibile osservare, dal fondo del tempio stesso, dove presumibilmente doveva trovarsi l'àdithon, il sorgere della Luna Piena, sacra (come ho già accennato) a Diana.
In realtà da quel punto di osservazione era possibile osservare quasi ogni mese il fenomeno della levata della Luna Piena, a causa dell'ampiezza dell'apertura d'ingresso al tempio di cui non conosciamo con esattezza le dimensioni ma che certamente non aveva uno specchio inferiore agli 8/10 gradi.
Tuttavia solo nella data che ho citato la levata dell'astro si verificava esattamente in quel punto. E questa circostanza non è trascurabile: le idi di agosto, che cadevano il 13° giorno di quel mese, corrispondevano alla principale festa di Diana.

Naturalmente, non si potrebbe escludere a priori che tutto ciò fosse avvenuto per caso, magari perché non si disponeva, all'epoca, di una posizione alternativa per la costruzione del tempio.
Ma, osservando con attenzione la piantina, ci si rende conto che la costruzione di questo edificio ha comportato il parziale abbattimento dell'angolo nord dell'edificio a portico che si trovava dinanzi alla Cisterna Greca.
Quest'ultima è la costruzione probabilmente più antica della acropoli cumana di cui ci sia rimasta traccia: un ambiente ipogeo di cui ancora non conosciamo l'esatta funzione, sappiamo solo che non era una cisterna ma che certamente doveva essere stato di grande importanza se ci si era presi la briga di costruirgli un edificio e un portico davanti.
E' quindi da ritenersi che tale posizione del tempio (e perfino le sue proporzioni) sia stata voluta con estrema precisione e non casuale.
Resta un minimo di perplessità su qualche considerazione che ne consegue.
Possiamo ipotizzare che la costruzione del tempio di Diana sia stata preventivata molto tempo prima e sia stata poi realizzata in modo da far coincidere la sua fondazione (cioè l'inaugurazione) proprio con la data del 13 agosto del 21 a.C., ma questo presupporrebbe una conoscenza dei moti della luna, da parte dei costruttori, estremamente evoluta in confronto agli standard che siamo soliti attribuire all'età repubblicana e proto imperiale.
Tutto ciò sarebbe stato difficilmente accettabile fino a pochi anni fa. Ma oggi opere come "La rivoluzione dimenticata" di Lucio Russo, docente all'Università Tor Vergata di Roma, ci apre un inatteso ed incredibile spiraglio sulla reale portata delle conoscenze scientifiche greche e romane.

La sezione di Archeoastronomia dell'Unione Astrofili Napoletani
a destra il libro scritto da Franco Ruggeri

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