Viaggio nel nuovo paradiso - Francesca Valla, Trento
Premio Poeta tra le Stelle - VI edizione


S’apre nel bosco di pini un prato

mentre cala la sera e si ferma

il vento freddo tra le brune foglie

il chiasso della fauna mi conferma

che son sola, un gufo, un latrato

e intanto si aprono le soglie

del cielo scuro, un tremor mi coglie,

immutabile gli occhi mortali

lo vedono, il tempo è svanito.

Titiro cantar ho forse udito?

O forse trovatori medievali?

Ti penso se vedo fraterna luce

Ch’Artemide sui monti conduce.

In te guarderei e ti direi

Che in quella roccia non entreremo

E non è la virtù che si diffonde

A crear macchie per cui ora tremo

Così sommo poeta ti direi:

Il basalto con la luce si fonde

E i raggi si posano sulle onde

Le rocce adombrano il pallore

d’immutabili candide polveri

gli stessi crateri, mari di ieri

son lontani dall’antico fragore.

Sola guardo la figlia di Latona

che il tuo canto a mirar mi sprona.

È presto e nel chiarore flebile

spunta mercurio, sorrido se penso

a Giustiniano che stupito osserva

il cielo buio e il sole immenso:

si ferma, e torna indomabile

indietro e avanti, “per Minerva!”

Impreca e il senno non conserva.

Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete

Quale intelletto v’ha fatto lasciare

Folchetto da Marsiglia ad annaspare

Nel gas serra, nell’infernale quiete:

Luminoso è vespero adesso

Ma lucifero sarebbe lo stesso.

Credi che sia il fuoco dei sapienti

A spegnersi lento dietro ai monti,

è idrogeno, che elio diventa.

Immagina poi pennacchi e ponti

Grandi più di Gea: i brillamenti.

S’apre nel bosco di pini un prato

mentre cala la sera e si ferma

il vento freddo tra le brune foglie

il chiasso della fauna mi conferma

che son sola, un gufo, un latrato

e intanto si aprono le soglie

del cielo scuro, un tremor mi coglie,

immutabile gli occhi mortali

lo vedono, il tempo è svanito.

Titiro cantar ho forse udito?

O forse trovatori medievali?

Ti penso se vedo fraterna luce

Ch’Artemide sui monti conduce.

In te guarderei e ti direi

Che in quella roccia non entreremo

E non è la virtù che si diffonde

A crear macchie per cui ora tremo

Così sommo poeta ti direi:

Il basalto con la luce si fonde

E i raggi si posano sulle onde

Le rocce adombrano il pallore

d’immutabili candide polveri

gli stessi crateri, mari di ieri

son lontani dall’antico fragore.

Sola guardo la figlia di Latona

che il tuo canto a mirar mi sprona.

È presto e nel chiarore flebile

spunta mercurio, sorrido se penso

a Giustiniano che stupito osserva

il cielo buio e il sole immenso:

si ferma, e torna indomabile

indietro e avanti, “per Minerva!”

Impreca e il senno non conserva.

Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete

Quale intelletto v’ha fatto lasciare

Folchetto da Marsiglia ad annaspare

Nel gas serra, nell’infernale quiete:

Luminoso è vespero adesso

Ma lucifero sarebbe lo stesso.

Credi che sia il fuoco dei sapienti

A spegnersi lento dietro ai monti,

è idrogeno, che elio diventa.

Immagina poi pennacchi e ponti

Grandi più di Gea: i brillamenti.